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La scarcerazione di Brusca? Una vittoria dello Stato. Intervista di don Ciotti a

La scarcerazione di Brusca? Una vittoria dello Stato. Intervista di don Ciotti a "Famiglia Cristiana"

«L'uscita dal carcere di Brusca è una vittoria dello Stato». È il titolo che Famiglia cristiana pone all’intervista a don Luigi Ciotti che compare oggi sul sito di Famiglia Cristiana (famigliacristiana.it). Un’opinione controcorrente, quella del sacerdote fondatore, negli anni ’ 90, del periodico Narcomafie e, nel 1995, di  “Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, perché la scarcerazione del pluriomicida (di Falcone e del piccolo Di Matteo, fra gli altri) ha scandalizzato la gran parte dei politici e dell’opinione pubblica. È comprensibile, dice Ciotti, «bisogna pensare innanzitutto al disorientamento e, in certi casi, al risentimento dei famigliari delle vittime. Il loro stato d’ animo è comprensibile e legittimo. La maggior parte di loro attende ancora verità e giustizia. Nei loro riguardi occorre dunque una maggior attenzione anche in termini di diritti», ma riguardo alla «liberazione di Brusca», distingue donLuigi, «credo che si debba tenere presenti alcuni elementi». Ne indica intanto quattro:

«Primo. Dalla scelta di collaborare di Brusca lo Stato ha tratto innegabili vantaggi, come è stato riconosciuto da figure importanti della stessa magistratura. La sua confessione ha infatti permesso una grande quantità di arresti e un netto indebolimento della Cosa Nostra stragista dei “Corleonesi”. Secondo. Decidendo di collaborare Brusca sapeva bene a cosa andava incontro, conoscendo dall’ interno l’ organizzazione criminale di cui svelava i segreti. Andava incontro a una condanna a morte perché la mafia non perdona chi tradisce, a maggior ragione se il “traditore” è stato una figura non secondaria dell’ organizzazione. Terzo. La legislazione sui “pentiti” e “collaboratori di giustizia” è stata voluta fortemente da Giovanni Falcone. Certo si è trattata di una extrema ratio, ma si è rivelata efficace con la mafia così come si era rivelata efficace con il terrorismo politico. La giurisprudenza deve misurarsi a volte con vicende storiche che richiedono nuovi parametri perché ci pongono di fronte a mali che non possono essere combattuti con strumenti ordinari. Quarto elemento. Concordo con il Procuratore nazionale antimafia Cafiero de Raho quando dice che l’uscita dal carcere di Brusca non è una sconfitta ma una vittoria dello Stato. Lo Stato deve dimostrare una levatura morale superiore a quella dei suoi avversari o attentatori, e questa superiorità si dimostra anche attraverso una giustizia che non sia vendetta, che garantisca da una parte una giusta pena, dall’altro uno spiraglio di speranza per chi sconta la pena e dimostra nei fatti di essere  cambiato, di stare dalla parte della giustizia. Del resto si tratta di un principio sancito dall’articolo 27 della Costituzione laddove si parla di pene che devono tendere alla “rieducazione” del condannato».

Aggiunge, don Ciotti, un «quinto elemento, tratto dalla mia personale esperienza» che è un credito di fiducia. «Bisogna credere – sostiene – nel cambiamento delle persone, nella capacità di riscattarsi dal male, il male subito ma anche il male compiuto. In 56 anni d’ impegno sociale ho visti percorsi di cambiamento e di conversione. Nessuno è irrecuperabile. Certo bisogna richiamare alle responsabilità e stimolare crisi di coscienza, delineando al contempo le opportunità offerte da un cambiamento radicale di vita non solo in termini di vantaggi materiali ma di libertà interiore, possibilità di vivere una vita più libera perché più giusta e più vera. Certo non è facile, e proprio nel mondo delle mafie le conversioni si contano sulle dita di una mano. Ma credo che si debba tentare. Mi auguro che Brusca si sia incamminato in questo cammino di ricerca di verità, non solo sui delitti di Cosa Nostra, ma sul suo esserne stato complice ed esecutore».

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