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Summit di Vienna: se anche parlare di pace diventa un tabù

Summit di Vienna: se anche parlare di pace diventa un tabù

Tratto da: Adista Notizie n° 22 del 24/06/2023

41503 ROMA-ADISTA. Un attacco iniziale senza precedenti per l’International Summit for Peace in Ukraine (Vienna, 10/11 giugno): gli è stata ritirata la disponibilità della sede (della Confederazione sindacale OEGB) a 48 ore dall’inizio per le pressioni dell’ambasciata ucraina e una violenta campagna stampa nazionale, anche contro singoli relatori. Solo la tenacia degli organizzatori ha consentito un regolare svolgimento dell’incontro in altro luogo, perché di pace si può e si deve parlare. Più di 400 i partecipanti, una ventina di Paesi rappresentati in presenza, più di 40 con i relatori online. Realtà variegate della galassia pacifista mondiale che si sono ritrovate, in un clima di grande energia, in «un Congresso di ragione, speranza, visione» e nel nome di un impegno comune, individuato, al di là della unanime condanna all’invasione ma anche di diverse visioni del conflitto sul piano dell’analisi delle cause e responsabilità: «Pace con mezzi pacifici. Cessate il fuoco e negoziati ora!». È un percorso che si apre nella convinzione che solo dal basso si può tentare di fermare la follia della guerra: perché questo è il primo punto da dimostrare, che non è la pace un’idea irrazionale, ma esattamente il contrario. Una logica di morte ha preso il sopravvento, pervade il mondo occidentale, che spinge all’escalation militare incurante della devastazione del territorio dell’Ucraina, delle migliaia di vittime e del concreto rischio di deriva nucleare. L’umanità non è mai stata così in pericolo, se si considera anche il cambiamento climatico in atto su cui le distruzioni causate dal conflitto agiscono nel senso di un’accelerazione. E bisogna agire prima che sia davvero troppo tardi. Non esiste una soluzione militare al conflitto. Il primo passo concordato è una settimana di mobilitazione globale (da sabato 30 settembre a domenica 8 ottobre 2023) per un cessate il fuoco immediato e per l’apertura dei negoziati, che non vuol dire non condannare l’invasione del territorio ucraino, ma cercare una necessaria composizione. La storia ci aiuta a vedere che i processi di pace sono sempre lunghi e complessi, che il negoziato è fatto di passi successivi, di aggiustamenti, di rinunce anche, di compromessi. Nessuna pace è perfetta, anche a posteriori ci possono essere insoddisfazioni da entrambe le parti, come ha ricordato la parlamentare europea irlandese Clare Daly. Ma l’importante è «stop killing!», fermare il massacro, salvare vite e cominciare a parlare, nella speranza di arrivare a una soluzione il più equa possibile. Non è vero che non ci sono piani di pace, è vero che finora sono stati tacitati. I rappresentanti dell’Asia, dell’America Latina, dell’Africa, come Ako-Adoimvo dal Ghana, hanno sottolineato che il “Global South”, il Sud globale, che include la maggior parte dei Paesi, non ha la stessa visione del mondo occidentale che non accetta la realtà già in atto di un mondo multipolare, e nei loro interventi hanno ribadito che molti Paesi di questi continenti spingono attivamente per l’apertura di un processo di pace.

Di altissimo profilo, anche istituzionale, i relatori: ha aperto Noam Chomsky in video – «Tutto il mondo è vittima... si può fare solo una cosa: tentare!» – seguìto da esperti con incarichi ONU, tra cui l’economista statunitense Jeffrey Sachs, che insieme all’ex-colonnella dell’esercito USA Ann Wright ha espresso dure critiche alla politica del suo Paese. Anuradha Chenoy, esperta di studi internazionali indiana, ha assicurato che «il movimento pacifista non è solo», anche se i media occidentali occultano le voci del Sud globale, mentre il vice-presidente della Bolivia David Choquehuanca, con un intervento intenso e molto applaudito, ha offerto al convegno anche una visione cosmica indigena per una prospettiva oltre la distruzione, e Lula ha inviato un messaggio di sostegno ai lavori. Oltre alle altre relazioni, i nove laboratori hanno consentito un approfondimento di aspetti politici del conflitto, e le possibili prospettive di un percorso di pace di nonviolenza. Molto vivace il workshop femminista. Le testimonianze più toccanti sono state ovviamente quelle di chi si oppone alla guerra nell’area di guerra: in collegamento da Kiev Nina Potarska (WILPF) e Yurii Sheliazhenko (Ukrainian Pacifist Movement), in presenza Olga Karach (“Our House”) dalla Bielorussia e Maria, russa, che hanno dato resoconti diretti sulla repressione in atto nei loro paesi per gli obiettori di coscienza e i dissidenti.

Ma il Summit è stato soprattutto un’occasione per la società civile di ritrovare fiducia nel suo ruolo, e i gruppi hanno potuto stabilire nuovi contatti creando promettenti reti.

Molte presenze dall’Italia, dell’ambito di Europe for Peace: Sergio Bassoli, Fabio Alberti, Lisa Clark, le Acli, la Comunità di Sant’Egidio, il Movimento nonviolento. Il Cipax e la Glam (Commissione globalizzazione e ambiente della Federazione delle Chiese evangeliche), presentando un documento congiunto, hanno ottenuto nella Dichiarazione finale un riferimento al ruolo possibile delle fedi nel processo di pace. Vienna, quindi, come stimolo ad agire localmente per poi collegarsi puntando ad una grande mobilitazione mondiale. Lo stesso documento finale, firmato solo dagli organizzatori perché il tempo per una discussione così delicata in plenaria non si poteva trovare a causa del programma fittissimo, attende contributi in itinere e ulteriori stimoli. 

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