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Annientamento fisico e discredito del nemico: la politica di Israele verso i palestinesi

Annientamento fisico e discredito del nemico: la politica di Israele verso i palestinesi

Tratto da: Adista Notizie n° 40 del 21/11/2015

38341 ROMA-ADISTA. «Dì una preghiera prima di uscire di casa, indossa il tuo vestito migliore. Pettina i capelli e sorridi alla telecamera. Potresti finire su uno dei manifesti affissi sui muri della città. Nessuno è al sicuro dalle loro pistole». Per raccontare, sul portale 972mag (3/11), i drammatici giorni che la Palestina sta vivendo, l’attivista e scrittore Rami Younis ha scelto queste parole, scritte sul proprio profilo Facebook da un giovane palestinese che ha più volte sperimentato le carceri israeliane.

Scostando per un attimo il velo della propaganda emerge infatti un quadro diverso da quello dipinto da Israele, e ripreso da molti mezzi di comunicazione occidentali, che non solo presenta se stesso come vittima di un’esplosione ingiustificata di violenza da parte palestinese, ma con la scusa dell’autodifesa giustifica il grilletto facile col quale ferma attentatori veri o presunti.

Nel mese di ottobre sono stati 70 i palestinesi uccisi da esercito o polizia israeliani. Ma video e testimonianze dimostrano che molti avrebbero potuto essere semplicemente disarmati. Non a caso il giornalista israeliano Gideon Levy, ma non solo lui, parla di esecuzioni extragiudiziali. «Questa società ha già vissuto dei periodi tremendi – scrive su Haaretz (11/10) –  ma non come questo, in cui qualunque aggressore o chiunque minacci con un coltello, un cacciavite o uno sbucciapatate viene ucciso, anche dopo che ha gettato la sua arma, mentre l’assassino diventa un eroe nazionale. Chi voleva la pena di morte per i terroristi adesso ne ha una versione ancor più vergognosa: una pena di morte senza processo. Quattordici palestinesi sono stati uccisi in questo modo la settimana scorsa, la maggioranza dei quali non sarebbe stata passibile di una sentenza di morte in uno Stato di diritto. La sete di sangue, quale non se ne ricorda da queste parti, esige sempre più sangue».

Ancora più drammatico il commento di un altro israeliano, Zvi Schuldiner (il manifesto, 4/11): «L’estrema destra ha gettato altra benzina sul fuoco e l’incendio si è generalizzato: ogni palestinese israeliano o di Gerusalemme o dei territori occupati è diventato un possibile attentatore. Di conseguenza, ogni palestinese è un possibile obiettivo delle “forze di sicurezza” e delle orde fasciste che crescono ogni giorno che passa. Qualunque palestinese voglia prendere un autobus o recarsi al lavoro deve aver paura di essere attaccato o quantomeno sospettato. Così, può aspettarsi nella migliore delle ipotesi botte da orbi, e nella peggiore, di essere ferito o ucciso».

D’altronde a metà ottobre ci ha rimesso la vita anche un eritreo richiedente asilo che, scambiato per un palestinese complice di un attentatore, è stato prima ferito dalle forze di “sicurezza” e poi percosso dalla folla ed è morto in ospedale per le ferite riportate. A pochi giorni di distanza, a Gerusalemme, un soldato ha sparato e ucciso un israeliano scambiato per palestinese. Due episodi che smontano la versione dell’autodifesa, perché di certo né l’uno né l’altro costituivano minaccia alcuna. Dunque perché credere alla narrazione dominante per tutti gli altri casi? Senza parlare poi del fatto che grande sdegno ha suscitato l'omicidio dell'eritreo, ma altrettanto sdegno si sarebbe avuto se a essere ucciso fosse stato un palestinese (innocente o meno)?

Queste vere e proprie esecuzioni sul posto, ma ancor di più il sostegno di cui godono presso l’opinione pubblica israeliana – come dimostra il trattamento da eroe nazionale riservato al militare delle Forze aeree che a ottobre ha ucciso un diciannovenne palestinese che aveva ferito cinque persone a Tel Aviv –, fanno apparire in tutta la sua evidenza quella disumanizzazione di cui sono vittime i palestinesi che fa sì che la vita di uno di loro conti per gli israeliani, ma anche per parte dell’opinione pubblica mondiale, meno di zero.

A questo scopo poi tutti i palestinesi vengono presentati come terroristi o potenziali terroristi, il che ha anche un secondo vantaggio: quello di rinsaldare l’idea di Israele come di uno Stato sotto assedio e dunque in permanente emergenza. Immagine, ad uso interno ed esterno, che di fatto giustifica ogni sua azione.

Anche le recenti affermazioni di Benjamin Netanyahu in merito alla Shoah e all’allora Mufti di Gerusalemme, Amin al-Husseini (secondo la versione del premier ispiratore della “soluzione finale”), sono da leggere in quest’ottica. Come scrivono su Middle East Eye (una traduzione è disponibile sul sito di OsservatorioIraq) l'italiano Nicola Perugini e l'israeliano Neve Gordon – autori del recente The Human Right to Dominate – «la dichiarazione di Netanyahu potrà anche aver colto di sorpresa la comunità internazionale, ma in effetti la sua recente manipolazione è solo parte di una più lunga storia di uso strumentale della Shoah per legittimare la violenza coloniale e la repressione. A ben guardare – proseguono i due studiosi – quanto affermato dal primo ministro è parte di un discorso sionista utilizzato sin dal 1950, grazie al quale la minaccia genocida del passato viene proiettata a livello spaziale e temporale nell’attualità israelo-palestinese. L’obiettivo è quello di equiparare il nazismo alle popolazioni arabe del Medio Oriente»: si tratta di una «ri-territorializzazione della minaccia». «Mezzo secolo prima di Netanyahu, l’allora primo ministro David Ben-Gurion e altri leader politici avevano già sviluppato una fondamentale operazione di narrazione che Idith Zeral ha definito come la “nazificazione del nemico”». «Il collegamento tra l’Olocausto e gli arabi è stato prodotto attraverso la trasformazione di questi ultimi in una minaccia esistenziale, rinforzando l’immagine di Israele come entità in permanente stato di emergenza». «La rievocazione dei crimini contro l’umanità commessi in Europa, in altre parole, serve a rendere razionale e a giustificare il processo espansionista e contrario ai diritti umani di creazione dello Stato di Israele in Medio Oriente. Così – concludono – il trasferimento spaziale e temporale dell’Olocausto all’interno della Palestina mediorientale ha aiutato a giustificare pratiche di espropriazione e trasferimento forzoso della popolazione indigena dell’area. Ha aiutato a legittimare le pratiche coloniali (nei territori occupati nel 1967), perché ha consentito ad Israele di evocare il passato per fornire una giustificazione morale alla dominazione del presente».

E se forte, a livello internazionale, è stata la reazione alle affermazioni revisioniste di Netanyahu, inesistente è stata quella di fronte alle esecuzioni extragiudiziali di queste settimane. Che si tratti di occupazione, espansione delle colonie o di violenza di Stato l’impunità di Israele è sempre garantita.

Se è vero, infatti, che in questi giorni l’Unione Europea ha approvato le nuove linee guida che prevedono che le merci provenienti dalle colonie israeliane nei territori palestinesi occupati dovranno essere obbligatoriamente etichettate in modo diverso, altrettanto vero è che Obama ha dato il via libera ai negoziati per il rinnovo del piano decennale di aiuti militari a Israele, per una spesa complessiva che forse raggiungerà i 50 miliardi di dollari.

Se il Sudafrica dell’apartheid ha avuto fine a causa del venir meno del sostegno Usa, l’appoggio statunitense a Israele lascia dunque prevedere che in Palestina continueranno a persistere le condizioni per questa e altre Intifada. Ma se anche la rivolta di queste settimane finisse domani, la domanda da porsi, come scrive il giornalista palestinese-statunitense Ramzy Baroud (Ma'an News, 11/10), è: «Come rispondiamo alle richieste di questa generazione oppressa? Continueremo ad assegnare un’importanza maggiore alla sicurezza dell’occupante armato che ai diritti di una nazione schiacciata ed oppressa?».

* Immagine di r2hox, tratta dal sito Flickr, immagine originale e licenza. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite

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