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Tra Ulivo e nuova sinistra

Tra Ulivo e nuova sinistra

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 7 del 18/02/2017

Si è evocato di nuovo l'Ulivo. Da vecchio prodiano della prima ora non può che farmi piacere. Sta a dire che l'Ulivo tuttora vive nella memoria come una stagione politica positiva. Lo ha fatto in particolare Bersani, minacciando l'uscita dal Pd renziano, qualora esso si fosse rifiutato di avviare il congresso, precipitando verso elezioni con le leggi elettorali sortite dalle sentenze della Consulta per Camera e Senato. Leggi elettorali che promettono ingovernabilità e un Parlamento di nominati.

Chiaro il senso attribuito da Bersani a quel simbolo: da un lato la distanza critica dal Pd renziano con il suo centrismo, sino alla suggestione del "partito della nazione"; dall'altro la preoccupazione che l’iniziativa prospettata da D’Alema portasse il segno di un certo continuismo rispetto alla sequenza Pci-Pds-Ds, fuori stagione e in formato ridotto.

Una metafora, un "nome" più che la "cosa". Troppe cose sono cambiate rispetto ad allora: la legge elettorale non più maggioritaria, l'assetto non più bipolare del sistema politico, la indisponibilità di una leader-ship unitiva come quella di Prodi, appunto l'ingombro di un Pd posizionato al centro... Bersani intendeva alzare il livello della sfida a Renzi: non già la regressione al dualismo (post) democristiani-(post) comunisti, ma la prospettazione di una formazione di sinistra plurale, civica, con cultura e ambizione di governo. Un campo progressista largo a sinistra del Pd.

Non so come si risolverà il braccio di ferro tra maggioranza e minoranza Pd su legge elettorale, congresso e data del voto. Quel che penso è che le due novità, rispetto al passato, di una regola elettorale di stampo proporzionale e di un Pd versione renziana (con il quale, piaccia o meno, bisogna fare i conti), suggeriscono di archiviare l'idea di un partito di centrosinistra largo e inclusivo a vocazione maggioritaria e di disporsi a dare vita a una offerta politica di sinistra non testimoniale e minoritaria, distinta dal Pd. Che, se ve ne saranno le condizioni politiche e programmatiche, possa semmai domani, dopo il voto, negoziare un’alleanza di governo con il Pd. Niente di più, niente di meno. Proprio quel centro-sinistra con il trattino che io, in passato, da ulivista, contrastai. Oggi, nel nostro tripolarismo e con un impianto proporzionale, meglio valorizzare l’autonomia e la distinzione delle proposte. Dentro una competizione civile che non escluda, ma neppure dia per scontato, un rapporto di alleanza a valle del voto. Con maggioranze e governi che si formano in Parlamento. Intendiamoci: penso a una sinistra plurale, con vocazione di governo, con un profilo di novità nella cultura e nel personale politico. Meglio se con una impronta civica. Se ho inteso bene, qualcosa del genere sta nei propositi enunciati da Pisapia. Del resto, egli, come ex sindaco di Milano, rappresenta un po’ il simbolo di una sinistra che si è misurata con la prova del governo, che non si consegna a derive minoritarie, che si acconcia a partecipare a un centro-sinistra largo. Una formazione di sinistra con queste caratteristiche, a fronte di un Pd ormai decisamente rifluito al centro e non in perfetta salute, può ragionevolmente puntare su un consenso a due cifre. Essa potrebbe attingere a tre bacini elettorali: l’esteso astensionismo di sinistra che abbiamo misurato alle ultime elezioni regionali e amministrative, coloro che votano per il Pd con grande disagio solo perché non dispongono di una convincente alternativa a sinistra, elettori più arrabbiati che oggi si indirizzano verso i 5 stelle. Si tratta cioè di arricchire a differenziare l’offerta nel campo democratico e progressista. Pena consegnare la maggioranza al movimento di Grillo o a un centrodestra che non va mai sottovalutato, nonostante le sue attuali divisioni. Può riuscire strano che un vecchio ulivista si rassegni alla divisione interna al centrosinistra, ma dobbiamo prendere atto con realismo e senso di responsabilità che la logica immanente alla regola proporzionale e la mutazione genetica del Pd renziano sono cosa fatta e che il premio di maggioranza alla Camera, assegnato alla lista che ottiene il 40%, è manifestamente inarrivabile per tutti. Compresa una improbabile lista di cui si vocifera che vada da Ncd a Pisapia. Un assemblaggio privo di un minimo di coerenza ideale e programmatica e, come non bastasse, il cui prevedibile consenso sarebbe ipotecato da una somma che non torna. Se Pisapia può puntare a un significativo risultato esso può solo scaturire dalla cura di distinguersi e di competere con il Pd a guida renziana. In sintesi, una gara pulita e leggibile, tra soggetti distinti, con maggioranze e governi che, semmai, si formano in Parlamento. Qualcuno può parlare di restaurazione. Ma la si può leggere invece come il ripristino della prassi costituzionale della democrazia parlamentare. Con i suoi limiti e le sue virtù. Ma meglio un canovaccio limpido e coerente piuttosto della forzosa sopravvivenza dei moduli della democrazia maggioritaria e di investitura (con listoni e millantata elettività del premier) praticati negli ultimi venti anni, quando tutto intorno è cambiato.

Franco Monaco è senatore del Pd, cattolico democratico

* Foto di HartemLijn tratta da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza

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