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Scatta foto alla miniera d'oro, la polizia l'arresta, la popolazione si infuria. Il racconto di un missionario in Centrafrica

Scatta foto alla miniera d'oro, la polizia l'arresta, la popolazione si infuria. Il racconto di un missionario in Centrafrica

Aveva lanciato l’allarme agli inizi di aprile, p. Aurelio Gazzera, missionario carmelitano a Bozoum, nell’ovest della Repubblica Centrafricana: “la ricerca dell’oro sta devastando l’ambiente!”. E spiegava che una Compagia cinese ha aperto almeno 17 cantieri deviando il corso del fiume Ouham e setacciano il fondo con ruspe e scavatrici. Risultato: «montagne di ghiaia, buche piene d’acqua, il corso del fiume rovinato, l’acqua inquinata (e probabilmente usano il mercurio per facilitare il ritrovamento dell’oro)». Ora rischia di costare chiaro al missionario l’attenzione per il territorio dove opera e la gente che lo abita. L’Agenzia Fides riporta (2/5) quanto successo al missionario il 27 aprile, quando si era recato sulla riva del fiume Ouham per verificare se le industrie cinesi che estraggono l'oro avessero fermato i lavori, come richiesto con decisione dalla spaventata popolazione locale. «Ho scattato alcune foto e alcuni video dei lavori che non si sono in pratica mai fermati», racconta all’agenzia. Alcuni soldati lo vedono: «mi chiedono perché ho scattato le foto. Rispondo che non è vietato, soprattutto dal momento che non sono sul sito estrattivo, ma dall'altra parte di del fiume Ouham. I militari sono molto agitati e mi minacciano, urlano, sequestrano macchina fotografica e telefono». Prima lo perquisiscono, poi lo arrestano e lo conducono alla sede della Brigata Mineraria. Tutte manovre osservate da persone lì presenti e lungo il tragitto verso il posto di polizia, «giovani, donne e persone» che poi si affollano presso la sede della Brigata e urlano chiedendo il rilascio del missionario. «La situazione è quasi comica», osserva p. Aurelio: «i militari non sanno cosa fare, e sto aspettando... Dopo pochi minuti, decidono di rilasciarmi, ma chiedo che mi restituiscano il telefono e la fotocamera».

Fino a che la situazione però si fa drammatica: «Tutta la città è scesa in strada, felice della mia liberazione, ma è inferocita con le autorità e soprattutto con la compagnia cinese. Ritorno alla missione, ma nel frattempo in città la situazione diventa esplosiva: la gente sta erigendo barricate e un veicolo della compagnia cinese viene dato alle fiamme. Le persone minacciano di scendere nei siti dei cantieri per dare la caccia ai lavoratori cinesi. Così torno in città con il Prefetto e il Procuratore della Repubblica, e cerchiamo di calmare la popolazione. Ma proprio in quel momento, arriva a tutta velocità una macchina delle FACA (l’esercito) con una dozzina di uomini. Sono armati, ma la folla (tra le 3-4.000 persone) si dirige verso di loro e li costringe a fare marcia indietro. I militari iniziano a sparare alle persone a distanza ravvicinata: ci buttiamo a terra e grazie a Dio nessuno rimane ferito!».

Quando i militari vanno via, p. Aurelio si rivolge alla popolazione esortandola ad evitare altre azioni violente, ricordando che «il problema dello sfruttamento selvaggio delle risorse naturali deve essere regolato dalla legge», non da azioni violente di rivendicazione.

*Foto tratta da Pixabay License, immagine originale e licenza

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