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Bachelet: il ricordo di Stefano Ceccanti

Il 12 febbraio scorso sono trascorsi 40 anni dalla morter di Vittorio Bachelet (Roma, 20 febbraio 1926 – Roma, 12 febbraio 1980), giurista e politico italiano. Docente universitario, fu anche dirigente dell'Azione Cattolica ed esponente democristiano. Fu assassinato dalle Brigate Rosse in un agguato alla Facoltà di Scienze Politiche della Sapienza. Di seguito riportiamo il testo del ricordo pronunciato alla Camera dei Deputati il 12 febbraio scorso da Stefano Ceccanti.

 

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l’onorevole Ceccanti. Ne ha facoltà.

STEFANO CECCANTI (PD). Presidente, Vittorio Bachelet fu ucciso qualche settimana dopo Piersanti Mattarella e qualche settimana prima dell’arcivescovo di San Salvador monsignor Oscar Arnulfo Romero. Tre persone che hanno avuto in comune non un vago sentimento religioso – oltre alla morte violenta -, ma il fatto di prendere sul serio quanto dichiara all’inizio la costituzione del Concilio Vaticano II Gaudium et spes: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”. Questo Vittorio Bachelet lo aveva appreso soprattutto nella FUCI, come condirettore di ricerca nel 1947, sotto la presidenza di Carlo Alfredo Moro, fratello di Aldo. Quando nel 1988 fu ucciso un altro cattolico democratico, Roberto Ruffilli, in queste stanze Nilde Iotti ebbe a dire a Maria Eletta Martini: uccidono sempre gli stessi. Chi sono gli stessi? Quelli che praticano una mediazione seria tra i principi e la realtà contro un’idea di principi che si chiudono in un’identità autosufficiente; coloro che sanno integrare le ragioni degli altri contro le idee di egemonie unilaterali fino all’uso della violenza; ragioni degli altri anche oltre il contesto nazionale. Chiudo appunto con una citazione di Bachelet: la patria può essere il nostro Paese, la nostra città, la nostra regione, può essere la nostra nazione, radicata in un territorio e coincidente o non con lo Stato, può essere lo Stato stesso, ma può essere una comunità di Stati, può essere anche, man mano che i confini si dilatano e che è più difficile riconoscere negli uomini un vero e proprio sentimento di amore patrio, la comunità di tutti gli uomini. È a questo spirito di apertura che noi dobbiamo essere fedeli (Applausi).

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