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Presentazione. Le donne liberano il sacro
Tratto da: Adista Documenti n° 25 del 27/06/2020
Il sacro ancora oggi rappresenta sovente di Dio un’immagine tutta maschile, che si pone come normativa per i credenti e influenza non solo le pratiche religiose, ma le culture, il senso comune e le pratiche quotidiane.
“Scatenare” la Parola – a partire da una più attenta, critica, storicistica lettura delle Scritture – significa oggi contestualizzare e liberare il messaggio biblico dalle sovrastrutture culturali del passato, dalle “traduzioni” inadeguate e insufficienti che derivano da una scarsa comprensione dei testi, per rendere le religioni non più dogmatiche, rinchiuse e separate dai “recinti del sacro” (sempre declinate al maschile singolare), ma inclusive e plurali.
In questo senso proprio le donne, coscienti e memori della propria secolare emarginazione e confinamento nell’ombra, possono più efficacemente, e forse più radicalmente, mettere in discussione le forme di esclusione, che siano sociali, di etnia, di religione, di genere o di orientamento sessuale. Ed esercitare in modo più efficace quel carisma di fedeltà alla Parola che libera, cui ogni credente è chiamato.
Il percorso che abbiamo intrapreso con la collana di numeri speciali di Adista di quest’anno – intitolata “Le Chiese di fronte alla violenza di genere” – intende precisamente approfondire il versante del femminile nelle Chiese, come soggetto di trasformazione delle religioni cristiane. Se nel primo numero (v. Adista Speciale 12/20) della collana abbiamo approfondito le contraddizioni della Chiesa cattolica nel rapporto con le donne – i suoi secolari pregiudizi e gli strumenti di repressione ed esclusione delle donne al suo interno e nella società (ancor oggi influenzata, anche se non è più egemonizzata, dal cattolicesimo romano) – in questo secondo volume ci concentriamo sui “carismi” femminili all’interno delle Chiese cristiane non cattoliche. Ovvero su come le donne abbiano trovato uno spazio differente – per lo più maggiore, senza dimenticare il difficile percorso intrapreso per conseguire questo risultato – di presenza e azione in queste Chiese, e come l’identità femminile abbia influenzato e determinato percorsi e scelte originali delle confessioni che si richiamano al vangelo di Gesù ma non al magistero del papa.
Questa differenza parte dalla presenza femminile sul pulpito, nella predicazione della Parola o nell’amministrazione dei sacramenti, e rende visibile la differenza dei corpi, una presenza spesso dirompente – specie ad occhi cattolici e in occasione di celebrazioni ecumeniche – perché manifesta l’esistenza di un ministero non più legato al corpo maschile e alla maschilità di Gesù e della Chiesa.
Queste pagine rappresentano e raccontano il non facile percorso che ha portato nelle Chiese cristiane non cattoliche la donna ad accedere ai ministeri e al pastorato, tuttora escluso dalla Chiesa di Roma. In questo viaggio ci accompagnano voci femminili e maschili, accomunate da un’unica visione, che parte dalla capacità di proporre una lettura biblica e una teologia della differenza e di genere che cerca di realizzare quanto già in parte intuito o espresso dal cristianesimo primitivo, ma poi smarrito o tradito con l’istituzionalizzazione della fede. Accomunate anche dall’unico impegno a smantellare strutture e privilegi maschili sessisti e, con essi, ogni autoritarismo e clericalismo.
Le compagne e i compagni di viaggio di questo numero sono – nell’ordine in cui i loro saggi compaiono – il pastore valdese Alessandro Esposito; la luterana Gabriella Woller; la pastora battista Cristina Arcidiacono; Maria Vittoria Longhitano, presbitera della Convocazione delle Chiese episcopali in Europa; Basilio Petrà, preside della Facoltà teologica dell’Italia Centrale; Davide Romano, direttore del Dipartimento Affari Pubblici e Libertà Religiosa dell'Unione Italiana delle Chiese Cristiane Avventiste del Settimo Giorno.
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