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Mediterranea: governo realizza un nuovo centro di coordinamento a Bengasi con fondi Ue

Mediterranea: governo realizza un nuovo centro di coordinamento a Bengasi con fondi Ue

ROMA-ADISTA. Il governo italiano, con il sostegno finanziario della Commissione europea, è pronto a realizzare un Centro di Coordinamento del Soccorso Marittimo anche a Bengasi, nella Libia orientale controllata dal generale Khalifa Haftar. Si tratta della duplicazione del sistema già operativo a Tripoli, allestito fin dal 2017 dall’Italia sempre con fondi europei.

«In realtà non si tratta di una struttura dedicata al salvataggio, ma di una sala operativa per coordinare le operazioni di intercettazione e cattura in mare delle persone in fuga da parte della cosiddetta Guardia costiera libica, che ha consentito negli anni il respingimento indiretto e la deportazione di decine di migliaia di persone verso la Libia, in violazione dei diritti umani fondamentali», denuncia la ong Mediterranea Saving Humans. «Grazie alle informazioni raccolte dal giornalista tedesco Matthias Monroy del quotidiano Neues Deutschland, sappiamo che il nuovo centro di Bengasi verrà realizzato su iniziativa italiana, attraverso la missione militare europea Irini, con finanziamenti iniziali pari a 3 milioni di euro provenienti dallo European Peace Facility, il fondo Ue destinato a spese militari e di sicurezza. L’Italia sosterrà inoltre la maggior parte dei costi operativi e infrastrutturali, inclusa la costruzione di una torre radar a Tobruk e la fornitura di tecnologie di sorveglianza marittima.

Questa operazione estende alla Libia orientale il meccanismo dei cosiddetti “pullback”: intercettazioni in mare coordinate da assetti europei (in particolare dell’agenzia Frontex), seguite dal trasferimento forzato delle persone intercettate alle autorità libiche, formalmente “responsabili” dell’area SAR e il loro sbarco e detenzione nei famigerati campi di prigionia sulla terraferma del Paese nordafricano.. Un sistema pensato per aggirare la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 2012, che vieterebbe i respingimenti verso la Libia.

La novità più grave è che il nuovo Rcc sorgerà in un’area controllata da apparati militari accusati di crimini di guerra, torture e violenze sistematiche contro migranti e rifugiati, tra cui la brigata Tareq Ben Zayed. Questa milizia, guidata dal figlio del generale Haftar, Saddam, è particolarmente attiva in mare, dove si è resa responsabile il 12 ottobre 2025 della sparatoria contro una barca carica di migranti, tre dei quali sono poi sbarcati in Italia gravemente feriti. Nonostante ciò, l’Unione europea e il governo italiano stanno rafforzando la cooperazione con le autorità di Bengasi in nome del “controllo delle frontiere” e del contrasto alle migrazioni. Proprio Saddam Haftar - già noto criminale di guerra e trafficante - era stato ricevuto, con tutti gli onori, dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi a Roma lo scorso 11 giugno.

Questa scelta avviene mentre si registra un significativo aumento delle partenze e dei naufragi lungo la rotta dalla Libia orientale (Cirenaica) verso Malta e l’Italia e soprattutto verso la Grecia. Invece di potenziare le attività di ricerca e soccorso, anche con l’impiego dei mezzi navali militari della missione Irini, l’Ue e l’Italia rispondono con nuove infrastrutture di esternalizzazione delle frontiere, che producono morte, detenzione arbitraria e sparizioni forzate.

Mediterranea Saving Humans denuncia con forza questa ennesima operazione di normalizzazione della cooperazione con le milizie criminali in Libia, paese che non può essere assolutamente considerato un porto sicuro, né a ovest né a est».

«Non vogliono salvare vite, ma rendere le catture e i respingimenti dal mare più efficienti e invisibili. Con il centro di Bengasi, il governo italiano esporta il modello Tripoli anche nei territori di Haftar, rafforzando il ruolo di milizie responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. Ci chiediamo se sia legale che questo avvenga con l’impiego di ingenti risorse pubbliche, europee e italiane», dichiara Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans.

 

Foto Mediterranea Saving Humans

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