A padre Raffaele…
Tratto da: Adista Notizie n° 2 del 17/01/2026
A padre Raffaele Adista ha voluto davvero bene. Nell’introduzione scritta per il libro che fu pubblicato in occasione dei suoi 90 anni, il nostro redattore Valerio Gigante scriveva che padre Raffaele è stato, insieme al card. Carlo Maria Martini (don Tonino Bello è morto troppo presto), «la figura più significativa dell’episcopato italiano del post Concilio. Anzi, Martini e Nogaro sono probabilmente due distinte facce della stessa medaglia, quella del rinnovamento conciliare (a queste due figure va aggiunta quella di mons. Luigi. Bettazzi, che si colloca in una posizione mediana). L’uno, Martini, misuratissimo, attentissimo agli equilibri ecclesiastici, eppure costantemente proiettato a delineare una Chiesa più attenta al rapporto con il mondo secolarizzato, più radicata nella fedeltà a una lettura rigorosa della Bibbia, più aperta ai cambiamenti, da realizzare attraverso prudenti passi avanti. L’altro, padre Nogaro, ugualmente mite e affabile nei modi, ma nettissimo a realizzarla questa Chiesa e non solo a prefigurarla, sia nelle parole che nelle scelte, insofferente – fino alla pubblica e clamorosa denuncia, senza diplomazie e senza le reticenze tipiche del mondo ecclesiastico – di ogni ingiustizia compiuta di fronte al Vangelo di Gesù, sia che si tratti del malaffare politico locale e nazionale, della vita degli innocenti vittime di tutte le guerre (anche quelle “preventive” o “umanitarie”), dello scempio del territorio e dell’ambiente nel nome del profitto, che della vita dei disperati che tentano di raggiungere i confini di quei Paesi che prima ne hanno depredato i luoghi di origine, costringendoli alla fuga; e poi li respingono alle frontiere o li lasciano morire in mare come umanità di scarto».
Adista gli voleva bene per questo. Ma gli voleva bene anche perché padre Raffaele è stato tra i pochissimi vescovi italiani a riconoscere pubblicamente, senza reticenze e senza imbarazzi, il ruolo che nella Chiesa e nella società svolgeva un tipo di informazione come quella che cerca faticosamente di fare Adista.
In questi decenni diversi vescovi italiani ci hanno contattato, qualcuno per manifestare il proprio apprezzamento per qualche inchiesta, contributo, documento o articolo che avevamo pubblicato. Altri per segnalarci questioni che potevano o dovevano suscitare il nostro interesse, e che attraverso i canali istituzionali dell’informazione ecclesiastica non sarebbero mai stati sottoposti all’attenzione e alla valutazione critica dell’opinione pubblica ecclesiale. Quando questo avveniva era però sempre nella clandestinità o nella semi-clandestinità. Questi vescovi chiamavano, o più frequentemente ci facevano chiamare dai loro collaboratori, difficilmente scrivevano, chiedevano comunque sempre la nostra riservatezza e l’impegno che in ogni caso non venisse fatto il loro nome. Chi vive in un contesto istituzionale, si sa, non ama associare il proprio nome a quello di Adista. Chi frequenta certi ambienti mostra anzi di non leggere Adista, comunque di non apprezzarla, meglio ancora, fa proprio finta di non conoscerla. Se invece afferma di conoscerla, lo fa sempre con un atteggiamento di condiscendenza o con malcelato fastidio. Per questo, pochissimi in questi decenni sono stati i vescovi italiani che hanno accettato di intervenire sulle nostre pagine. Quasi nessuno di interloquire pubblicamente con noi. Tra questi pochissimi, padre Raffaele ci ha mostrato un affetto e un sostegno – medesimo sia in pubblico che in privato – che ci ha sempre infuso coraggio; anzi, entusiasmo. Non perché fosse un vescovo. È stata infatti una nostra costante regola quella di non cercare “benedizioni” ecclesiastiche. Non servono al nostro lavoro. Rischiano al contrario di “addomesticarlo”, perché chi fa giornalismo dovrebbe sempre mantenere un approccio critico con il potere. E poi, perché l’apprezzamento di un vescovo dovrebbe lusingarci più di quello di altri “comuni” lettori? Il fatto è che padre Raffaele rappresenta per noi la testimonianza eclatante di un vescovo che ha scelto di non farsi né cooptare, né corrompere dal potere. Semplicemente perché aveva scelto di non esercitare il potere, se non nella forma del servizio e dell’attenzione ai più deboli, agli esclusi, ai marginali, ai senza voce. Padre Raffaele aveva voluto essere vescovo solo in questa dimensione “disarmata”. E poiché del potere non si interessava, aveva candidamente e pubblicamente, ma con insistenza, rinunciato all’esercizio di quella autorità che diviene parte attiva o connivente di un sistema di privilegio ed esclusione. Lui privilegi non ne aveva e non ne voleva. Non aveva auto, autisti, dimore eleganti, vestiti costosi, arredi lussuosi. Non mangiava cibi raffinati, non frequentava salotti, convegni, studi televisivi. Non si faceva carezzare dalle lusinghe suadenti dei palazzi vaticani, delle residenze dove vive l’establishment economico e finanziario, dei luoghi della politica. Nulla. Ripeteva anzi continuamente che desiderava morire povero. Ma non era un vezzo. Era una scelta di libertà e di profezia.
È per questa sua scelta che riusciva a essere davvero autonomo e quindi totalmente libero nella sua azione pastorale; e di prendere le posizioni (ecclesiali, politiche, teologiche) che riteneva più conformi alla sua radicalità evangelica, senza mai temere le conseguenza che da queste sue prese di posizione potessero derivare. Semplicemente perché chi non appartiene alle logiche mondane, nulla ha da temere dal mondo.
E che una persona come padre Raffaele ci abbia voluto bene, ci abbia letto, sostenuto, abbia apprezzato il nostro lavoro, lo abbia ritenuto in linea con la sua visione della Chiesa e del mondo resta per noi motivo di gioia e continuo stupore. Ma anche di immenso orgoglio e gratitudine.
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