Amore, povertà, radicalità: il dono di p. Raffaele
Tratto da: Adista Notizie n° 2 del 17/01/2026
42479 ROMA-ADISTA. Pubblichiamo, di seguito, in ordine alfabetico, una rassegna di contributi giunti in redazione per ricordare e rendere omaggio alla grande figura di p. Raffaele Nogaro.
Per Raffaele Nogaro di Marco Campedelli (teologo e narratore veronese)
Raffaele,
antica “nogara” del tuo Friuli,
maestoso albero di noci,
della stessa linfa di Turoldo,
tuo fratello;
Sei diventato albero di arance,
rossi agrumi del Sud.
Nella tua possente non violenza,
hai sbarrato la strada alla camorra,
nelle tue foglie rosse e gialle
hai avvolto
il corpo di Peppe Diana,
la sua memoria profanata.
Albero disobbediente per la pace,
contro la “pazzia della guerra”,
germogliavi insieme alle nostre coscienze
nella lotta.
Eri un salice piangente
ogni volta
che la Chiesa
sceglieva il potere e non il Vangelo.
Abbiamo abbracciato il tuo tronco vivo
ogni volta che ci prendeva la paura,
la tentazione di lasciare vincere la morte.
Aggrappati a te,
il dolore non ci poteva portare via.
Eri la nostra difesa di pace.
Sulla tua corteccia abbiamo inciso
i nostri nomi,
abbiamo scritto le nostre storie,
fragili, resistenti,
come tante, piccole poesie d’amore…
L’essenza della nonviolenza di Augusto Cavadi (filosofo e saggista; a Palermo, insieme alla moglie Adriana Saieva, dirige la "Casa dell'equità e della bellezza")
Il giorno dell’epifania don Raffaele Nogaro (vescovo di Sessa Aurunca dal 1982 e di Caserta dal 1990) ci ha lasciato. Centinaia di persone avranno molto da raccontare di lui, del suo sorriso, delle sue invettive contro i camorristi, i politici collusi con le mafie, i protagonisti di vari soprusi. Più d’uno ha scritto dei libri su di lui, sulla sua «radicale mitezza»: un aggettivo e un sostantivo che possono suonare ossimorici solo a chi sconosce l’essenza della “nonvioleza”. In novantadue anni ha molto predicato, scritto e soprattutto agito: un uomo così difficilmente lasciava indifferenti. Molti lo abbiamo amato, non pochi (forse altrettanti?) l’hanno criticato, attaccato, offeso. Alcuni casi sono stati di pubblico dominio come le pressioni di Francesco Cossiga affinché il Vaticano togliesse la voce a un vescovo che senza giri di parole accusava tanti democristiani di tradire il Vangelo e la Costituzione. Altri casi sono rimasti nella memoria privata dei protagonisti. Come Il 25 ottobre 1982 fu nominato vescovo di Sessa Aurunca da papa Giovanni Paolo II. Il 20 ottobre 1990 divenne vescovo di Caserta. In entrambe le diocesi ha combattuto ogni forma di criminalità, voce e impegno contro la camorra. Come quanto accadde nell’anno (il 1994 o il 1995) in cui come “Scuola di formazione etico-politica Giovanni Falcone” ricambiammo i suoi inviti in Campania chiedendogli di tenere, a Palermo, la prolusione al nostro anno sociale: un’occasione, nella nostra mente, di sottolineare i legami fra don Pino Puglisi e don Giuseppe Diana. Naturalmente, sbarcando all’aeroporto, accompagnammo Nogaro dal cardinale Pappalardo con il quale s’intrattenne brevemente al palazzo arcivescovile. Dal colloquio uscì impallidito e solo a tavola riuscì a confidarsi quasi tra le lacrime: «Mi ha detto di non essere gradito in questa diocesi e di evitare di ritornarvi».
Molti nemici, molto onore? Forse. Dipende. Ma in ogni caso fa male. Specie a chi è sensibile, delicato. A chi – come recita il titolo di uno dei suoi ultimissimi libri – è convinto che «L’amore supera la verità» perché in Dio coincidono, ma in noi mortali solo il primo è inequivoco.
La prima omelia dell’anno: una voce che restituiva il Vangelo alla Chiesa di Arturo Formola (docente di Sociologia generale presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose Interdiocesano, Capua)
La prima omelia dell’anno (primo gennaio 2026) di p. Raffaele Nogaro non è stata un semplice esercizio liturgico. È stata, piuttosto, un atto di verità. Chi lo ascoltava sapeva di trovarsi davanti a una parola che non cercava consolazioni facili, né indulgenze verso le ambiguità del presente ecclesiale. Nogaro parlava come chi aveva interiorizzato il Vangelo fino a lasciarsene ferire, e proprio per questo poteva permettersi di ricordare alla Chiesa ciò che rischiava di dimenticare: la sua radice evangelica, la sua identità più profonda, il suo volto originario. Nella sua lettura della contemporaneità emergeva una diagnosi netta: quando la Chiesa si allontanava dal Vangelo, perdeva il volto di Cristo e smarriva la sua missione. Non era un’accusa, ma un richiamo. Non un atto d’accusa contro qualcuno, ma un invito rivolto a tutti. Nogaro non parlava da osservatore esterno, ma da figlio della Chiesa che soffriva nel vedere come, talvolta, essa si lasciasse sedurre da logiche di potere, da nostalgie identitarie, da rigidità che nulla avevano a che fare con la libertà dei figli di Dio. Per illuminare questo smarrimento, Nogaro evocava due figure che avevano segnato la storia recente del cristianesimo: Giovanni XXIII e papa Francesco. Il primo, il papa del Concilio, aveva aperto le finestre della Chiesa per far entrare aria nuova, restituendo al mondo un volto accogliente e dialogante. Il secondo, Francesco, aveva proseguito quella intuizione con una testimonianza che metteva al centro gli ultimi, la misericordia, la cura delle ferite dell’umanità. Entrambi, a loro modo, avevano incarnato un cristianesimo che non temeva di sporcarsi le mani, che non si rifugiava nei palazzi, che non confondeva la tradizione con la conservazione. Proprio per questo, la loro voce aveva disturbato. E continuava a disturbare. Colpiva – osservava Nogaro – che nel nostro tempo un papa potesse essere insultato apertamente da membri della stessa curia. Colpiva che chi lo attaccava, rivestito di paramenti dorati, celebrasse la memoria di Benedetto XVI come “custode della verità”, contrapponendo tradizione e misericordia come se fossero alternative inconciliabili. Era un paradosso che rivelava una ferita profonda: la tentazione di trasformare la verità in un’arma, la tradizione in un muro, la fede in un’identità da difendere più che in un cammino da vivere. Nogaro, invece, ricordava che la verità del Vangelo non era un bastione da difendere, ma una strada da percorrere. La verità cristiana non era un possesso, ma un incontro. Non era un codice, ma un volto. E la tradizione più autentica della Chiesa era quella che sapeva rinnovarsi per rimanere fedele al cuore di Cristo: una misericordia che non escludeva nessuno, che non temeva la complessità, che non si lasciava imprigionare dalla paura.
Le sue omelie diventavano così un invito a ritrovare il coraggio delle origini. A non confondere la sicurezza con la rigidità, la fedeltà con la chiusura, la dottrina con il giudizio. A riscoprire che il Vangelo era sempre più grande delle nostre categorie, più libero delle nostre strutture, più esigente delle nostre abitudini. In un tempo in cui la Chiesa rischia di dividersi tra nostalgie del passato e ansie del presente, la voce di padre Nogaro ricordava che l’unica direzione possibile era quella del Vangelo. Non un Vangelo addomesticato, ma quello reale: scomodo, liberante, scandaloso nella sua misericordia. Un Vangelo che non teme di abbattere muri, di guarire ferite, di rimettere al centro chi era stato scartato. La sua prima omelia dell’anno non era dunque un commento liturgico, ma un atto profetico. Un invito a tornare all’essenziale. Un richiamo a una Chiesa che, per essere davvero se stessa, doveva avere il coraggio di assomigliare di nuovo a Cristo.
Il pastore che ha difeso il beato martire don Peppe Diana di Rosario Giuè (presbitero e teologo, Rettore della Chiesa Santa Maria di Portosalvo in Palermo)
Il 25 febbraio del 2006 scrivevo a mons. Raffaele Nogaro per chiedergli la prefazione al mio libro Il costo della memoria. Don Peppe Diana il prete campano ucciso dalla camorra. Così gli scrivevo: «Dopo tanta fatica, ho terminato il lavoro per don Peppe Diana. Con mia grande sorpresa, ho anche trovato l’editore». «A questo punto», scrivevo al vescovo di Caserta, «sarei molto lieto se Lei, come suo amico, scrivesse la prefazione. Lei l’ha conosciuto, l’ha voluto bene, lo ha apprezzato, lo ha difeso (…) Un amico non deve poter scrivere dell’amico?». In realtà poi la prefazione la scrisse il carissimo don Luigi Ciotti, anche lui caro a don Diana. Ma mi rivolgevo al pastore Nogaro perché aveva sostenuto e difeso don Diana in tutti i momenti, in tutti i passaggi.
Il pastore Nogaro, il 19 marzo del 1994, la mattina dell’omicidio camorristico di don Peppino, stava celebrando la messa presso un istituto psico-pedagogico di Caserta. Al momento della comunione, così mi raccontò, gli si accostò un prete e gli comunicò che avevano ammazzato don Diana. E se la stampa locale buttava fango su don Diana, se si facevano circolare false notizie contro il parroco casalese, Nogaro non ebbe dubbi a difendere in pubblico, non solo in privato, quel prete come martire della giustizia a causa del Vangelo. Se la curia aversana era certamente addolorata ma anche imbarazzata per quell’omicidio camorristico ed evitava di prendere pubblica posizione per valorizzare la vita di quel suo presbitero, per il pastore Nogaro della vicina Caserta le cose erano ben chiare. La curia di Aversa avrebbe potuto costituirsi parte civile nei diversi processi: sarebbe stato un modo chiaro per salvare don Diana dal linciaggio mediatico, ma non lo fece. Per don Nogaro Peppe Diana andava sostenuto e difeso, invece, perché egli era un martire ed era un onore per la testimonianza ecclesiale, non uno scandalo, non un imbarazzo. Se Aversa, a proposito del possibile processo di beatificazione di don Diana, per anni non si era tranquillamente pensato a questa eventualità, mons. Raffaele Nogaro si era attivato in tal senso da tempo. In una lettera inviata ai genitori, da questi poi resa pubblica, Nogaro definiva don Diana un «beato». Scriveva: «Giuseppe Diana esaudisce quei criteri di santità, che gli concedono di essere “makarios-beato». La lettera è riportata da Raffaele Sardo in un suo libro: Don Peppe Diana, Trapani 2015, p.125. Nogaro non ha smesso, dunque, un attimo di testimoniare «sui tetti», con determinazione, che don Diana fu un presbitero secondo il cuore di Cristo. Non ha mai mancato di difenderne la cristallina figura, la genuinità, la coerenza, senza paura di essere smentito. Mons. Nogaro ha sempre confessato in ogni luogo che don Diana ha perduto la vita, che l’ha avuta strappata, a motivo del suo impegno di liberazione dalla camorra.
La verità è che don Peppe ad alcuni ambienti ecclesiali, per molto tempo, era apparso poco religioso per proporlo a modello alla comunità cristiana. Per il pastore Nogaro, invece, don Peppino andava proposto ad esempio perché era stato testimone generoso del Vangelo del Regno di liberazione, di quel “regno di Dio” che Gesù ha annunciato e reso vicino a noi.
A me non piacciono i processi di beatificazione. Ma ci mancherà la voce di Nogaro che invece chiedeva, anche per quella via, che si potesse arrivare a riconoscere nella Chiesa solennemente il valore dell’esempio e del progetto pastorale di don Peppino Diana, martire della camorra.
La fedeltà al Vangelo senza compromessi di Grazia Le Mura (sociologa e teologa pastorale, missionaria in Burkina Faso dal 2004, intervento pubblicato su Facebook)
Leggo che oggi, nella solennità dell’Epifania, festa della manifestazione del Signore a tutti i popoli, mons. Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta, ha risposto all'ultima chiamata del suo Signore e Maestro.
Mi piace accostare la festa dei Magi, che cercano la luce della verità, della via e della vita, a mons. Nogaro, di cui conservo ricordi indelebili farciti di affetto e lungimiranza. Lui è stato nella Chiesa e per la Chiesa una luce che ha illuminato la via, una voce che ha denunciato le ingiustizie e annunciato la verità, un testimone di vita che ha vissuto senza compromessi la fedeltà al Vangelo e con coraggio ha annunciato la profezia della parola, perché il silenzio è complicità.
Una vita, la sua, vissuta nell'impegno costante e concreto per la pace, la legalità, la giustizia. Ha denunciato con forza e ha annunciato con coraggio. Questo ci lascia: la forza della denuncia e il coraggio dell'annuncio.
Buon viaggio carissimo padre.
Un amore straordinario per Gesù di don Nicola Lombardi (presidente Comitato Caserta Città di Pace)
Essere sepolto in nigris con il crocifisso sul petto nella nuda terra in mezzo alla sua gente. È stata la sua ultima volontà. Padre Raffaele Nogaro è morto e sepolto così come è vissuto.
Un amore straordinario per Gesù, il Cristo. Ne era innamorato folle. Unico suo desiderio era vederlo. «Fatti vedere». Ripeteva in continuazione. Era la preghiera incessante della sua vita. Che è diventata incalzante negli ultimi giorni della sua esistenza terrena. E mentre ti raccontava questo intimo desiderio di volerlo vedere era lui, l’amante del Cristo, a farti vedere Gesù. Con la testimonianza della sua vita. Con la passione del suo cuore. Con l’intelligenza della sua fede. Nelle sue parole vive. Nel suo tono appassionato e ribelle. Nei suoi occhi cerulei. Nel suo sorriso accogliente.
Non si è voluto staccare nemmeno da morto dal quel crocifisso che lo ha accompagnato per tutta la vita da Udine a Sessa fino a Caserta. Fasciato e mantenuto in croce coi cerotti sanitari era l’immagine dei tanti crocifissi della storia che lui ha accolto e ha cercato di consolare, curare e fasciare. Si è fatto “buon samaritano” per ogni uomo e donna della Terra. La forza del suo impegno instancabile era una certezza: “Gesù è vivo”. E fai i “cieli nuovi e la terra nuova”.
Nella nuda terra. Segno inequivocabile di quella povertà che ha sempre contraddistinto la sua vita di discepolo del Signore. Padre Raffaele Nogaro non ha mai accumulato ricchezze. E si è sempre spogliato di quel poco che aveva: soldi, beni materiali, insegne episcopali. E di tutti i segni del potere. La povertà era per lui sinonimo di libertà e di servizio. Come per Francesco e Chiara. E come il poverello di Assisi ha voluto essere sepolto povero, in nigris, a contatto con quella terra feconda e bella del Sud che ha difeso e tutelato più di tutti.
«Ama Cristo. Ama la gente. Il resto è nulla»: era rimasto affascinato da questa frase di don Tonino Bello. Fino alla fine ce l’ha ripetuta. Come un mantra. Ha vissuto in maniera ammirevole questa duplice fedeltà: al Vangelo e alla gente. Un amore espresso con il desiderio di essere sepolto non tra i suoi cari a Udine ma tra i suoi amati figlioli a Caserta. Padre Raffaele ha amato non solo la Chiesa casertana ma tutta la città e la sua gente come nessun altro. Non solo ne ha sostenuto ogni iniziativa di bene, ma nella stragrande maggioranza ne è stato lui il promotore e il difensore instancabile: la Pace, l’Università, la “Tenda di Abramo” per i migranti, la Fondazione “don Peppino Diana” contro l’usura e per la legalità, il Policlinico, le Discariche, l’Istituto Superiore di Scienze Religiose, la Biblioteca, l’Archivio di Stato, le Cave, e non ultimo il Macrico. Il suo sogno? Vederlo F2 – parco pubblico verde – donato alla sua città.
La faccia di Dio di mons. Nogaro di Fabrizio Mandreoli (insegna materie teologiche e filosofiche a Bologna e Firenze, e Letterature e Religioni nel carcere di Bologna)
Le prime cose che lessi di mons. Nogaro risalgono a metà degli anni ’90, come giovane studente – e poi ricercatore – di teologia che iniziava ad avvicinarsi alla riflessione e alla testimonianza di Giuseppe Dossetti. Mi interrogò molto un testo trovato quasi per caso nella biblioteca dei fratelli a Monte Sole, dove la comunità – per custodire la preghiera, la memoria e la vigilanza – ha dal 1984 un monastero sui luoghi della strage nazifascista avvenuta nel settembre-ottobre ‘44. Era il piccolo libro di Nogaro su La faccia di Dio per cui Dossetti nel 1995 scrisse una prefazione, precisa e vicina. Mi interrogò il modo di usare la Scrittura, l’intreccio dei ragionamenti teologici e umani, la ricerca del volto del mistero di Dio in Gesù così intensa, semplice e radicale. Erano gli anni a Bologna del card. Biffi e alla Cei il tempo dell’era Ruini. Senza voler giudicare le persone, trovavo però il clima ecclesiale e teologico via via più asfissiante. La libertà di pensiero e di parola sembrava non essere un valore nelle riunioni ecclesiali, i temi della pace, dell’avversione alla guerra, della povertà, della nonviolenza, della diseguaglianza verso le donne, della profezia evangelica erano squalificati – e spesso irrisi – come ideologici. I problemi strutturali della Chiesa – che oggi risultano evidenti a tutti, qualsiasi sia la corrente di appartenenza – erano già visibili con un minimo sforzo di attenzione e ascolto. La diagnosi dossettiana – oggi da tutti ripresa – che «la cristianità è finita» veniva rimossa, squalificata come sociologica e frutto dell’assenza della fede nel risorto, e soprattutto contrastata con un clima e una pastorale orientata – vanamente – verso una qualche riconquista dello spazio pubblico. In quel clima il contatto con il mondo della riflessione di Dossetti, con la sua attenzione per la Scrittura, per la libertà di coscienza, per la connessione sotterranea ma profonda tra Vangelo e valori costituzionali, per le zone di conflitto e per le molte «guerre di bugie» che venivano combattute sembrava una possibilità di respiro, di libertà interiore, di impegno cristiano e civile, di una fede non costretta dentro gabbie istituzionali soffocanti e senza spirito. L’incontro con Nogaro fu quindi importante: un membro dell’episcopato coraggioso e semplice, senza smanie di protagonismo ma affidabile e leale. L’incontro con la sua ricerca del volto di Dio e quindi con il suo desiderio per una «Chiesa della resistenza» al male, per una «Chiesa della presenza» ai poveri e ai deragliati della storia, per una «Chiesa della frontiera» capace di abitare dove gli uomini e le donne davvero si trovano, per una Chiesa vicina a «chi vive all’incrocio dei venti ed è bruciato vivo», per una «Chiesa dell’uguaglianza», senza privilegi e sacralizzazioni che, a ben vedere, non hanno niente a che vedere con il messaggio del messia Gesù e con la tradizione cristiana autentica. Tutto ciò mi parve capace di dare una pace profonda, non artificiale e capace di liberare energie di bene e di ricerca della giustizia. A questo primo incontro avvenuto nella piccola biblioteca di Monte Sole, ne sono seguiti molti altri mediati dal caro amico, professore di storia della Chiesa e del cristianesimo, Sergio Tanzarella, che mi fece conoscere Nogaro in più occasioni: personalmente e poi collettivamente con i gruppi di studenti e studentesse dell’università con cui abbiamo fatto diverse visite a Caserta in viaggi di studio e approfondimento della situazione del sud nella prospettiva di coltivare quell’«amore civile e politico» di cui papa Francesco ha spesso parlato. Incontri con Nogaro segnati sempre da un senso di ascolto, di attenzione, da un modo di porsi umile e grato, senza alcun senso di privilegio, da un forte incoraggiamento come parte di un unico movimento di ricerca del bene e della giustizia. Un vescovo che ha mostrato la possibilità concreta che è possibile una comunità cristiana semplice, in confronto con il Vangelo, vicina agli umiliati e offesi, che fa respirare, leale e coraggiosa, disarmata, in cui «è possibile guardarsi negli occhi senza sottintesi amari».
Pace e giustizia: una fede incarnata di don Rito Maresca (parroco a Piano di Sorrento, Napoli, autore dell’appello “Preti contro il genocidio”)
Pochi giorni fa, a Parigi, durante il meeting europeo dei giovani organizzato dalla Comunità di Taizé, ho avuto la possibilità di partecipare a un seminario nella sede della Conferenza Episcopale di Francia: “Spiritual Issues in European Integration”. Si parlava delle sfide attuali dell’Unione Europea, sognata – almeno nelle sue origini – dal cuore cristiano di Adenauer, Schuman e De Gasperi: un’Europa nata dopo la guerra e, soprattutto, “contro” la guerra.
Al termine della relazione ho chiesto, con franchezza, dove l’Europa avesse smarrito la sua missione, al punto da promuovere oggi una corsa al riarmo. E ho aggiunto una domanda che bruciava: com’è possibile che, per le spese sociali, ci ricordino sempre i parametri di bilancio, mentre per le spese militari quei parametri sembrano improvvisamente “elastici”, aggirabili, negoziabili?
La risposta mi ha lasciato addosso un peso. Il vescovo relatore, membro del COMECE, mi ha detto: «Dobbiamo capire che finora qualcuno ci ha difesi; ora dobbiamo difenderci da soli». E io ho provato una tristezza netta, quasi fisica. Perché certe frasi, dette con naturalezza, rivelano quanto si possa scivolare lontano dal sogno originario senza accorgersene.
Per fortuna p. Raffaele Nogaro non ha potuto sentire quelle parole. Voce spesso fuori dal coro, in qualche modo erede spirituale di don Tonino Bello, è stato per molti un faro di quella Chiesa che, proprio perché appartiene a un Regno che non è di questo mondo, può essere libera: libera di criticare le logiche del potere quando tradiscono la giustizia e la pace; libera di stare dalla parte degli ultimi senza chiedere permesso.
Ho cominciato a sentire il suo nome quando ero seminarista, nei corridoi della facoltà teologica. Le sue battaglie mi sembravano lontane: io venivo dalla realtà borghese di Sorrento, un pezzo di provincia di Napoli che, almeno in superficie, pare distante dai nodi della legalità e dell’ambiente. E poi, lo riconosco, all’inizio ero più attratto dal “Regno di Dio in cielo”: la liturgia, una spiritualità che scalda il cuore, un linguaggio che consola.
Eppure Gesù non ha mai separato cielo e terra. Ha detto: «Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia…». Non “il Regno e basta”, ma il Regno e la sua giustizia. Con gli anni ho capito che la vera preghiera – quella che invoca «venga il tuo Regno» – non può lasciarci chiusi nelle sacrestie. Ci manda in mezzo alla gente, dentro i problemi delle città, dentro la res publica, non per “parteggiare”, ma per offrire il nostro contributo al bene comune. Per questo mi ha colpito, e commosso, ricevere lo scorso giugno l’incoraggiamento dell’anziano don Raffaele all’indomani della Messa del Corpus Domini, celebrata con la casula dai colori della bandiera palestinese. A 92 anni non aveva smesso di appassionarsi per la pace e la giustizia. E, con la sobrietà dei veri padri, mi invitava a una fede che non scappa nello spiritualismo, ma si incarna nelle scelte di ogni giorno.
Da lì è iniziato un rapporto, anche grazie all’amico Lorenzo: padre Raffaele è stato tra i primi vescovi a firmare il documento comune dei “Preti contro il genocidio” in Palestina; a incoraggiarci dalla sua casa di riposo; a pregare per una Chiesa capace di alzare la voce in difesa di chi è senza difesa.
Grazie, padre Raffaele, per essere stato luce nella Chiesa italiana e nell’episcopato campano. Come tutti i profeti, le tue parole hanno spesso dato fastidio. Ma non sono mai state inutili. E oggi, mentre tanti parlano di “difendersi”, tu continui a ricordarci che la pace non è debolezza: è fedeltà al Vangelo.
"Non tenere mai nulla per sé" di Sergio Tanzarella (docente di Storia della Chiesa alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, sezione “San Luigi” di Napoli)
Ormai è dicembre. Sappiamo entrambi che la morte è ormai prossima, i segnali sono evidenti, ma non abbiamo da aggiungere parole a quelle che ci siamo detti in questi 35 anni di amichevole collaborazione. Nelle ultime estati tutte le domeniche, compreso il Ferragosto, a pranzo insieme nella sua minuscola e povera casetta di due stanzette, visitata durante la settimana da un pellegrinaggio continuo di persone e di gruppi che, anche con viaggi di molte ore, hanno bussato alla porta, sempre aperta, per un confronto, un consiglio, un incoraggiamento, un sostegno. Estati soffocanti di calore nel deserto di una città abbandonata all’incuria e all’indifferenza. Vittima di una corruzione sistemica e di una presenza attiva della camorra che dissangua la vita, esattamente l’opposto di quella Civitas invano proposta dal Vescovo.
Ma ora è tempo di partire. Il Vescovo si tiene pronto, la lampada è accesa, accarezza più spesso tra le mani un modesto crocifisso incerottato, paradigma dei crocifissi della storia a cui ha dedicato tutta la vita. Desidera che nella bara lo possa stringere ancora tra le mani. Raccomanda di non ricevere alcun onore, solo la talare nera di prete quale è stato, nessuna insegna del potere. Del resto, di anello, pettorale, mitra, zucchetto, pastorale, filettature viola se ne è disfatto da decenni rifiutando ogni costantinismo e trionfalismo mondano. È ciò che i benpensanti e i devoti della religione civile, una religione inamidata e impeccabile sebben senza fede e resurrezione, non gli hanno perdonato. Eppure con quella talare un po’ logora percorreva a piedi ogni giorno la città a far visita agli ammalati in casa e in ospedale. Nei pomeriggi assolati o di freddo era frequente trovarlo sul proprio cammino e i suoi tempi si allungavano per questi incontri inattesi. Per ognuno un nome e una parola di speranza pur tra i cumuli di spazzatura e i marciapiedi dissestati. Oppure chiedeva un passaggio per raggiungere i poveri alloggi dei migranti o i presidi degli operai delle fabbriche che licenziavano, o di quelle che mortalmente inquinavano o la discarica dello Uttaro che i politici vollero realizzare a 3 chilometri dal centro della città, la discarica mortale che per due volte occupò facendosi chiudere dentro per salvare la vita del popolo del quale volle condividere sempre la sorte.
Ma ora è proprio tempo di partire e ogni separazione ci strappa un po' di pelle e noi siamo fatti anche di questo, direi soprattutto. Nella sua progressiva conversione il vescovo ha abbandonato le tentazioni degli spiritualismi devoti e privi di conseguenze per la vita, si è immerso totalmente nella realtà tumultuosa dell’incarnazione avvertendo così il Cristo sempre più vicino, inseparabile amico.
Anche oggi molte visite, come sempre gente comunissima, molti di condizione modesta. Una signora venuta sotto il diluvio nell’andar via mi dice sottovoce: «Lei pensa che potrò mai dirgli abbastanza grazie?». Due sconosciuti hanno attraversato la città a piedi, inzuppati per bene: «Lei non sa che cosa lui ha fatto per noi!». Ma non erano i soli a non sapere, anche il Vescovo lo ignorava. Perché davvero il bene non si compiace mai di se stesso. Molti episodi edificanti in questi giorni, come sempre. Senza febbre, lucidità totale, pur alla fine della vita la compassione al presente dell’umanità non viene mai meno. Così si ritorna a parlare degli amici scomparsi da don Franco Alfieri a Giovanni Avena, della nostra visita a Tonino Bello ormai morente e a quelle ad Arturo Paoli e Luigi Di Liegro, dell’avvocato Petteruti che lo sostenne negli anni di Sessa e di don Mimì e suor Concettina che furono il sostegno in quelli di Caserta, della riforma della Chiesa e dell’abbandono del modello costantiniano e teodosiano, della urgente necessità per la Chiesa della prossimità alla vita degli esseri umani, del controllo dei mezzi di informazione da parte di tutti i poteri, della condanna di tutte le armi e le guerre e dei complici silenzi sulla pedofilia, dell’eccidio dei palestinesi da parte del governo israeliano, della dolorosa e ingiustificabile emarginazione delle donne nella Chiesa, della sistematica persecuzione dei migranti e dell’inumanità del centro di detenzione in Albania e degli altri centri di reclusione, della mostruosa iniquità delle azioni di Trump e della sua corte di ferventi cattolici, delle emergenze di Caserta città oramai in rovina, della sua visita a papa Francesco e della grandezza dei suoi gesti.
Come sempre gli ricordo che le azioni del papa le abbiamo vissute con 30 anni di anticipo, compiute da lui e che l’unica cattedra del suo magistero è stata quella della povertà e da questa nessuno l’ha mai potuto smentire. Adesso però non nega più, come in passato, questa mia considerazione, sa che è ciò che tutti gli riconoscono e che è vero. Si limita a guardarmi e percepisco come il ricordo di ciò che ha compiuto sia ormai già oltre la scena di questo mondo.
Oggi sono stato in banca, gli dico. Il direttore mi ha detto: «Quante persone avete aiutato in questi trent'anni! E nessuno lo ha saputo». Ho risposto: «Certo. E nemmeno noi». Ride divertito.
È così che sono stato testimone, senza alcun merito, di una santità nascosta e vivente, palpitante di un bene fatto senza clamore e senza celebrazioni. Totalmente lontano dai pranzi natalizi di beneficenza e dalle “buone notizie”. Uno stile in cui noi due ci siamo perfettamente ritrovati. Ispirato sempre al Samaritano a lui tanto caro: aiutare chiunque senza distinzioni o appartenenze, imponendogli però di dimenticare, di non sentirsi in debito di riconoscenza. Non donare ma restituire, perché se a qualcuno manca qualcosa non è per disgrazia, ma perché gli è stato tolto. Dunque mai dire “i meno fortunati”. Per questo mai "poveri" ma impoveriti, cioè derubati del diritto alla vita e alla speranza. E in modo implicito senza dichiarazioni e pubblicità: "Non tenere mai nulla per sé".
*Foto presa da Unsplash, immagine originale e licenza
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