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Le aperture di Israele al Somaliland: interesse geostrategico o luogo di deportazione dei palestinesi?

Le aperture di Israele al Somaliland: interesse geostrategico o luogo di deportazione dei palestinesi?

Con un articolo pubblicato ieri sul sito del Centro per la Riforma dello Stato (CRS), Luciano Ardesi – sociologo e pubblicista, già docente universitario, esperto di Africa, vicepresidente del Centro Interconfessionale per la Pace (CIPAX) e collaboratore di Adista – ha acceso un faro su una questione di politica internazionale tanto cruciale quanto trascurata dalla stampa mainstream. «Con la visita del ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar nella capitale Hargeisa il 6 gennaio – si legge sul sito del CRS – Somaliland e Israele hanno ufficialmente stabilito le relazioni diplomatiche, dopo che il 26 dicembre il premier Netanyahu aveva annunciato il riconoscimento della regione secessionista della Somalia come Stato indipendente». A Israele piace l’idea «di instaurare una base strategica sullo stretto di Bab el-Mandeb», di fronte allo Yemen in chiave anti-Houti, e molto probabilmente di avere «un territorio in cui trasferire i palestinesi» deportati da Gaza e Cisgiordania.

Dopo la caduta del regime di Siad Barre il Somaliland si è autoproclamato Repubblica indipendente nel 1991, approfittando dei disordini interni alla Somalia e instaurando di fatto uno Stato autonomo, stabile e democratico, con addirittura una Costituzione, un esercito e una moneta. Quello di Israele è il primo riconoscimento ufficiale da parte di una potenza straniera e questa iniziativa è destinata a scuotere gli equilibri geopolitici, proprio in ragione della posizione strategica del piccolo Paese che affaccia sul Golfo di Aden e che lo rende meta ambitissima degli appetiti stranieri che si contendono l’egemonia militare e commerciale regionale.

«In mancanza del riconoscimento diplomatico», e consapevole della “moneta di scambio” preziosissima nelle sue mani, il governo di Hargeisa «si è impegnato in quello economico, tessendo rapporti con diversi Paesi, in modo particolare con gli Emirati Arabi Uniti», che nel 2016 hanno ottenuto per la loro multinazionale DP Worl un contratto per la gestione di un importante porto sul Mar Rosso. Ma Hargeisa, sempre in cerca di riconoscimento, guarda con interesse anche ad allargare le proprie maglie verso gli Usa di Donald Trump e verso Israele, in particolare dopo gli Accordi di Abramo.

La decisione di Israele – attore geopolitico “nuovo” sulla scena regionale – non stupisce più di tanto, quindi, ma non è piaciuta ovviamente a Mogadiscio per via della violazione della sua integrità territoriale; non è piaciuta nemmeno all’Unione Africana, che ha chiesto a Israele di revocare il riconoscimento; e non è piaciuta infine ad Arabia Saudita, Egitto e Turchia.

Leggi l’approfondimento di Luciano Ardesi su CRS

 

 

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