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Addio a padre Raffaele Nogaro e alla sua «radicale mitezza»

Addio a padre Raffaele Nogaro e alla sua «radicale mitezza»

CASERTA-ADISTA. È morto oggi, a 92 anni compiuti da una settimana (31 dicembre) padre Raffaele Nogaro – come preferiva essere chiamato, invece di monsignore –, vescovo di Caserta per quasi venti anni, dal 1990 al 2009, dove ha portato avanti un ministero episcopale profondamente evangelico e fino alla fine ha condotto battaglie contro la corruzione politico-affaristica e la camorra, per la pace, per i diritti dei migranti e delle donne vittime di tratta per sfruttamento sessuale, per l’ambiente. Con «radicale mitezza», come il titolo del fascicolo speciale di Adista in occasione dei suoi 90 anni (v. Adista Notiozie n. 45/23), poi diventato anche un libro: Raffaele Nogaro. 90 anni di radicale mitezza, a cura di Sergio Tanzarella, Il Pozzo di Giacobbe.

Friulano di Gradisca di Sedegliano (dove è nato nel 1933), ordinato prete nel 1958, dopo diversi incarichi nella diocesi di Udine nel 1982 viene inviato in Campania come vescovo di Sessa Aurunca e otto anni dopo a Caserta, dove appare subito chiaro da che parte sta: chiede che la Giunta comunale a maggioranza democristiana non spenda una lira per festeggiarlo, ma che ci sia una cerimonia solo religiosa. Richiesta vana: l’amministrazione investe 30 milioni per salutare il suo ingresso in diocesi, probabilmente con l’intenzione di arruolarlo fra i suoi.

Speranza vana. Negli anni successivi sono infatti numerose le frizioni fra la Dc e il vescovo Nogaro che critica il collateralismo della Chiesa e il dogma dell’unità dei cattolici sotto lo scudocrociato sostenuto dal cardinal Ruini (presidente della Cei), attirandosi attacchi e minacce di querele da parte dei notabili democristiani, i quali vedono scalfito il loro blocco di potere e le loro clientele. Quel vescovo «è un diavolo, è amico dei marxisti, se fossi san Pietro lo manderei all’inferno», lo attacca a mezzo stampa nel maggio 1992 – mentre papa Giovanni Paolo II è in visita a Caserta – Giuseppe Santonastaso, all’epoca ras demitiano della Dc casertana, più volte sottosegretario ai Trasporti dei governi Craxi e Andreotti negli anni di Tangentopoli.

Saldamente ancorato al Vangelo, il ministero episcopale di Nogaro non è spiritualistico e disincarnato ma centrato sui problemi e sui bisogni concreti delle persone e degli ultimi: denuncia la malasanità, l’illegalità e la corruzione, mette sotto accusa l’abusivismo e la speculazione edilizia, è in prima linea nella difesa dell’ambiente, contro le cave e le discariche che assediano Caserta, e contro la camorra, che nel 1994 uccide don Peppe Diana, il prete che contrastava i boss di Casal di Principe.

Il 1994 è anche l’anno della prima vittoria elettorale di Berlusconi, e Nogaro non manca di far sentire la propria voce per mettere in guardia la Chiesa dal rischio di un nuovo abbraccio mortale con Forza Italia al posto della Dc e per contrastare gli attacchi contro gli immigrati della destra di governo, neo-fascista e leghista. Ma è altrettanto duro e intransigente nei confronti dei governi di centro-sinistra e della legge Turco-Napolitano che introduce i Centri di permanenza temporanea, moderni lager per gli immigrati clandestini. Denuncia la «nuova apartheid» della Bossi-Fini e poi dei vari pacchetti sicurezza di Salvini, proclama la «disobbedienza civile», scende in piazza e distribuisce, insieme ai comboniani, ai centri sociali, al movimento dei migranti e alle associazioni antirazziste i «permessi di soggiorno di nome di Dio».

La pace e l’antimilitarismo sono gli altri punti fermi dell’episcopato di Nogaro negli anni delle guerre del Golfo e nei Balcani. Dopo l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, critica i parlamentari cattolici che hanno approvato l’intervento militare in Afghanistan, scatenando le ire dell’ex presidente della Repubblica Cossiga che ne chiede la rimozione dall’incarico. Due anni dopo c’è la strage dei militari italiani a Nassiriya, in Iraq, Nogaro si dissocia dalla retorica collettiva e avverte: «Bisogna fare attenzione a non esaltare il culto dei martiri e degli eroi della patria, strumentalizzando la morte di questi nostri giovani per legittimare guerre ingiuste». E stavolta è il ministro dell’Interno Pisanu – ma Cossiga non gli fa mancare il suo sostegno – a chiedere la cacciata del vescovo.

Nel 2009, compiuti i 75 anni, lascia la guida della diocesi, ma non l’impegno per la “sua” città di Caserta, dove continua a vivere in un piccolo appartamento. Sostiene fino alla fine la battaglia dei comitati civici per il Macrico, una ex area militare di 33 ettari di proprietà dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero che i cittadini vorrebbero interamente verde pubblico e non oggetto di nuove edificazioni e cementificazioni mascherate da «rigenerazione urbana», come invece forse accadrà, con il via libera dell’attuale vescovo di Caserta e del Vaticano.

In precarie condizioni di salute da tempo, continuato fino alla fine a far sentire la propria voce e a sostenere “a distanza” le azioni e le campagne per la giustizia e la pace: il Digiuno di giustizia in solidarietà con i migranti e contro le politiche razziste dei governi italiani ed europei lanciato da p. Alex Zanotelli nell’estate 2018 e le iniziative dei Preti contro il genocidio condotto a Gaza e in Palestina dallo Stato di Israele. Pochissimi giorni fa il suo ultimo atto pubblico, con la firma in calce all’appello contro la «militarizzazione della società», promosso da Raniero La Valle, Domenico Gallo, Adolfo Perez Esquivel e altri. I funerali si terranno venerdì 9 gennaio alle ore 10 nella cattedrale di Caserta.

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